Rita Lisa 的个人资料-=|¢ø|/|ë µñå ®ø§å ¡ñ µñ...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
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10月8日 L'autobus 309Michela oggi aveva un appuntamento. Era chiarissimo. Era chiarissimo da quel sorriso malizioso e vittorioso, come se Tutti sapessero, come se Tutti avessero una ragione per invidiarla, come se oggi il mondo non avesse scuse per non caderle ai piedi. Era chiarissimo per il suo modo di parlare all’orecchio di Chiara, la compagna di banco e di segreti in questi tre anni di liceo, l’unica che sa quanto lei lo meriti quest’appuntamento, l’unica a conoscenza di ogni sms, ogni squillo, ogni respiro con cui quest’avventura è iniziata. Anche Chiara infatti ha un atteggiamento fiero, quello proprio dell’unica che sa. Mariasole e Giulia invece le guardano un po’ più in là, parlano di altro, ma è chiaro che si sentono escluse. Infondo loro sono le compagne del banco davanti, quelle che le coprono quanto il professor Magri chiede le declinazioni, quelle con cui vanno a fumare a ricreazione, quelle con cui condividono la stanza quadrupla della gita, quelle con cui escono anche il sabato sera. Ma oggi è chiaro a tutte che Michela e Chiara sono Amiche. Sarà perché dormono spesso insieme ( chissa quante se ne dicono- pensa tra l’invidia e la rabbia Giulia, che con Chiara ci ha fatto anche le elementari). Sarà perché ascoltano insieme i Punkreas a tutto volume e saltano sul letto del fratellino di Michela (che ha sempre casa vuota). Sarà perché amano entrambe il nero e perché entrambe dicono che se ne andranno in Toscana, appena compiuti 18 anni. Sarà perché vanno insieme ai corsi di ripetizione. Sembra stupido quanto possa essere importante andare insieme ai corsi di ripetizione, un appuntamento fisso, di un ‘ ora, cui si aggiunge una mezzora pre e una mezzora post, di chiacchiere, patatine, gelati, sigarette, battute.
E poi c’è Alfredo, che tira lo zaino di Michela, che ha un bel brufolo in mezzo alla fronte e ancora non ha capito come portare il gel. E’ chiaro anche a lui che non ha speranze, non più , se ne ha mai avute. Eppure lo sapete, non devo spiegarvelo io che a 16 anni le speranze sono le ultime a morire , no? Allora Alfredo la tortura, le tira i capelli, la insulta un po’ ( ci prova). E Michela risponde secca e un po’ cattiva. Lui non puo’ vedere le espressioni del viso che si scambia con Chiara, non puo’ vedere che recita la faccia del disgusto portando due dita alla bocca aperta come per vomitare. Non è cattiva, forse un po’ stronza si, ma non biasimatela, oggi è il suo giorno: uscirà con Luca. Alfredo invece non sa che forse il suo giorno non verrà mai se non si decide a cambiare baricentro. Lui non la puo’ vedere perché le dà le spalle, ma appoggiata alle macchinette obliteratrici c’è Livia che lo guarda delusa. Non riesce a spiegarsi le attenzioni a quella megera di Michela. Lei che con Alfredo ci studia, o meglio fa i compiti per entrambi, da quando avevano 10 anni. E chi è che va a fargli compagnia quando gli viene la febbre di sabato portando due pizze diavole , le birre, e i dvd? Livia, sempre Livia! Livia che ogni pomeriggio gli fa trovare un dolce con la nutella (dice che li fa la mamma, e così non ha modo di farsi dire grazie) Livia che ruba le foto dal suo blog, le stampa e le nasconde in un cassetto, Livia che gli ha retto la fronte quando si è ubriacato in gita per fare il buffone. Ma Alfredo non puo’ saperlo, non lo immagina neanche lontanamente, non pensa mai a lei e anzi con gli amici dice solo che è “un investimento per la promozione”.E Livia lo guarda ancora ma Alfredo non puo’ saperlo e continua a disturbare Michela che lo deride con Chiara suscitando le invidie di Mariasole e Giulia.
Oggi è il suo giorno. Eppure quante cose non sa Michela. Mancano ore al momento dell’ansia, dei pantaloni cambiati in continuazione, del trucco che sembra sempre sbagliato, e poi le smanie del “cosa dire?” e tutti i suoi “ e se…” Che non puo’ chiedere a Chiara, non vuole chiedere a Chiara, perché in tre anni Michela è stata la forte, il punto di riferimento, l’altro capo del telefono che ha guidato Chiara nelle sue esperienze. E adesso il risultato è che lei le esperienze non ce l’ha, che ha tanti dubbi, che non puo’ lenire chiedendo, a meno di non rinunciare al suo vestito di “ forte punto di riferimento”. Chiara lo sa, lo capisce, ma non vuole parlarne. Perché in questo momento coesistono in lei la felicità per l’amica, e la gelosia per qualcosa che sente lontano. Ed è colpa di Michela se adesso si sta chiedendo se lasciare o no Antonio, per vivere di nuovo il brivido di un appuntamento, perché si è fidanzata troppo presto, ed è colpa sua se adesso non puo’ parlarne per non rovinare il suo giorno felice. Michela non sa che oggi tutto andrà bene, che sarà un buon punto di inizio. Loro però non sanno che tra un anno Luca e Chiara inizieranno una storia. Nessuno saprà mai che Mariasole, scesa da quel 309, sarebbe andata a casa di Antonio, il ragazzo di Chiara, e non avrebbero studiato. Il giorno di Alfredo invece verrà, al matrimonio di Livia, ma per allora sarà troppo tardi. Giulia si trasferirà a Milano, di lei testimonierà solo la foto di classe.
Scendo. Guardo da giù il 309 che se ne va, con loro sopra, con i loro odori di patatine al formaggio e ora di educazione fisica, con gli zaini scritti pieni di tvb, tatt, umdb, 3msc, alla meglio scorgo un hasta siempre. Ogni mercoledì fantastico sulle loro urla, cerco di cogliere uno sguardo, di capire la musica che esce dai loro mp3, invento nomi e legami invisibili tra i peluches attaccati alle loro cerniere. Li odio quando iniziano a telefonare in coro alle mamme :<Ho un gruppo studio resto a casa di Giovanna, Gilda, Mauro, Andrea> e poi scendono tutti insieme al Mac D. E lo so che io lo schifo il Mac. 9月13日 ViolaC’era il terminal degli autobus, fuori. Grande da perdersi, la prima volta. Piccolo da saperlo a memoria, alla terza. Camminando verso l’edificio, appena fuori dal lungo marciapiede che gli faceva da zerbino , c’era il viale dei taxi. E c’erano anche gli abusivi, che si facevano pagare più degli onesti tassisti regolari, infatti c’andavano solo i turisti. Sul grande marciapiede zerbino che ti dava il benvenuto alla stazione c’era Michele, col brunello. <Che ci fa un barbone col brunello?> fu la prima cosa che gli chiesi. Non rispose. Sei mesi dopo, sotto una pioggia violenta, me lo rivelò. Ma così, all’improvviso. Stavamo zitti, seduti spalle al muro alla solita entrata, quella verso il Mac. Lui aveva quasi finito la bottiglia e incominciava a puzzare, il che mi infastidiva perché mi contaminava quel meraviglioso odore di pioggia. La gente passava gocciolando, piena di ombrelli, valigie , borse, impermeabili, qualcuno aveva anche pacchi regalo. Molti, cellulare alla mano si assicuravano un passaggio : una mami, un papi, un amò, una cara, un teso che li salvasse dal prendere i mezzi, che li venisse a prendere qui, offrendogli un mondo caldo, un viso familiare, una canzone. Che magari poi stai sotto casa fino a domattina, che in occasioni così quello che conta non è arrivare a casa, ma trovare qualcuno che sia casa, o che sia addirittura meglio. Che poi non la senti la pioggia che sbatte sul tettuccio, non senti il mondo , quando hai un’automobile in cui tutto sembra speciale, in cui perfino quel Bersani che non ti aveva mai detto niente sembra cantare le canzoni più belle del mondo. E non ti accorgi nemmeno della velocità se puoi guardare la persona al volante cantare quel Bersani che stranamente in questa macchina oggi sta cantando una canzone che sembra bella. No, non la senti la pioggia quando hai un tettuccio sotto cui parlare o cantare o stare zitti a fare disegni sui vetri appannati e una persona con cui dividerlo, non la senti la pioggia, se sei in un posto in cui tu ti senti il sole. Comunque noi eravamo lì, e mi si era bagnato il quaderno quindi non avevo nulla da fare. Guardavo a terra. Strano perché non mi ero mai accorta di quanto fosse interessante, guardare a terra, perché col mio lavoro, mi ci ritrovo spesso capovolta a guardare il cielo, a cercarlo quando si nasconde, a rimproverarlo quando non rispetta gli orari. E guardavo a terra, stando lì, sotto l’ombra del cappuccio, e nessuno avrebbe potuto dire che ero sveglia.
<A nessuno interessava!> Ma noo, non gli credete! Michele è fatto così, ma alla fine vi vuole bene pure lui. E poi questa è la mia storia Michè, quindi statti nel tuo pezzo di muro ok?
Dicevo che sotto l’ombra del cappuccio ho fatto scoperte interessanti, non avrei mai immaginato quante cose dite alle vostre scarpe! Quel pomeriggio avrò visto almeno un milione di piedi, il che vuol dire un milione di scarpe, un milione di camminate, un milione di suole, un milione di odori, un milione di lacci, più di un milione di colori, insomma.. un milione di storie. Si, una come me dovrebbe saperlo che quelle sono dappertutto,come la polvere. Ma quelle sono sempre capaci di sorprendermi, di fare il gioco a me - che modestia a parte ne ho conosciute e partorite tante- sono ancora capaci di spaventarmi, saltando fuori all’improvviso da uno di quei luoghi in cui mai mai mai avresti mai creduto potessero entrare. Le storie. Ricordo che quel pomeriggio conobbi Lisa. Cioè l’avevo già puntata due venerdì passati,ma lei era furba e riusciva sempre a farmela. Prima di conoscere le sue scarpe, le guardavo le orecchie. Per due venerdì l’ho fatto. Certo notavo anche la valigia, la borsa, il cappotto, ma quelle sono cose che puoi notare anche mentre si avvicina, o quando ti ha già passata. Ma l’occasione, è quel secondo in cui ti passa accanto : è lì che puoi rubare qualcosa di una persona, tenerla per te. E se ci riesci è tua, è una tua amica, anche se lei non lo sa.
Da che mondo è mondo un amico è qualcuno che conosce i tuoi dettagli, cioè non proprio tutti, ma almeno uno, uno di cui nessun altro è a conoscenza, uno di quelli che gli altri magari vedono, ma ci vedono attraverso, ed è come se non lo vedessero. Io per esempio alle scuole avevo un’amica e una nemica. Si sa che quando si è piccole noi si ama fare due cose : l’amore e la guerra. (perché quando cresciamo no? E pure avete ragione!) La mia amica si chiamava Giulia,ed era un vulcano. Non c’era una cosa che non le piacesse fare, era guidata dalla curiosità, il che le faceva vedere il bello in ogni cosa, pensate le maestre non riuscivano mai a punirla perché a lei piaceva anche quello. (quando fu messa faccia a muro il risultato fu una bellissima margherita disegnata , per esempio). Era una bambina di buona famiglia, non ricordo come si chiamasse la madre, ma era una donna fissatissima per l’ordine, e per Giulia ovviamente. Quindi ci teneva che Giulia fosse una bambina ordinata: il ricamino con le iniziali sui vestiti, lo zainetto sempre pulito e senza pupazzetti appesi, i quaderni con le cornicette – Giulia Mori, classe …, materia … - ma soprattutto i capelli. Aveva ogni tipo di attrezzo utile a ordinarli, cerchietti, codini, mollette, tutti colorati e sempre abbinati ai vestitini. A seconda dello stile, Mamma Mori sceglieva se fossero più adatte le trecce o la coda, e se le mollettine andassero sopra le orecchie o all’altezza della riga. Ma in realtà già quando entrava in classe (ed era sempre l’ultima) aveva un ciuffo fuori posto, un piccolissimo ciuffo fuori dalla coda, una grinza tra i capelli tirati nella molletta, una treccia più corta dell’altra. Nessuno ci faceva troppo caso: era una bambina, arrivava in ritardo, scendendo dalla macchina o correndo per arrivare in classe i suoi bei capelli si muovevano come quelli di chiunque altro. Così non era. Non che l’abbia mai vista ma è come se l’avessi fatto, è come se la potessi vedere adesso, baciare la madre con i capelli ancora perfetti, scendere dalla Golf e correre verso la 5 B (e l’anno prima verso la 4, e prima ancora verso la 3) la mano quasi sulla maniglia mentre sente che la maestra è già a Corrado nell’appello, poi ritirare la mano sui capelli, smuovere una ciocca, piccola, e solo a quel punto, entrare. Di solito ce l’ha sempre fatta a dire il suo “presente”, e nessuno ha mai fatto caso a quella ciocca. Non so perché ma io la notavo sempre, e quando Giulia entrava da quella porta era la prima cosa che cercavo, e non appena la trovavo sorridevo complice e spostavo la mia borsa dalla sua sedia. E anche lei ha sempre capito che io conoscevo quella ciocca, anche se a un certo punto della giornata l’avevano guardata tutti almeno una volta, anche se a volte la maestra le rimetteva i capelli a posto, loro la vedevano, io la conoscevo. La nostra amicizia era in quella ciocca. La mia nemica era Teresa. Ci odiavamo profondamente e facevamo tutto quello che era in nostro potere per farci dispetto. Se poi una finiva in lacrime per l’altra era come vincere ai mondiali. Una volta, tornata da ricreazione, non trovai più il mio diario. Anche da bambina ero molto possessiva sul diario, era il mio specchio, cioè io ero il mio diario e il mio diario era me, tutto ciò che aveva un significato era attaccato tra i quadri di quelle pagine. Mentre lo cercavo in me si faceva spazio una rabbia che non conoscevo, non potevo aver già conosciuto a quell’età,mista a paura, ansia, era una sensazione orribile, quella di non poter più ritrovare qualcosa in cui avevi messo l’anima, tutta, era la prima. Quando capii che davvero non era tra le mie cose,quando iniziai a realizzare che il MIO diario avrebbe potuto essere per sempre tra le mani di qualcuno che non ero io, alzai il viso verso Teresa. Lei non mi guardava nemmeno, giocando a “nomi cose e città”. Poi mi vide, ma le lacrime ancora non scendevano. Quando capì che ce l’avevo con lei, si tolse la faccia di sfida che aveva sempre quando mi guardava. Quando vide il mio banco sotto sopra capì, si guardò intorno, e con uno scatto velocissimo raggiunse lo zaino di Mario. Non mi ero nemmeno accorta di Mario sulla porta, e del suo sorriso. Bhè nessuno si era accorto di Mario, né di me, né di Teresa, nemmeno Giulia, che stava giocando a battimano vicino alla finestra. Teresa comunque mi rese il diario, e passando accanto a Mario gli diede anche una spinta col braccio. Quando mi rese il diario, scese una lacrima, una sola. Lei sorrise e tornò a posto. Nessuna parola. Però io capii che Teresa sapeva. Sapeva di quanto fosse importante per me il diario. E lo sapeva più di Giulia. Mario? Aveva fatto solo uno stupido scherzo, lui non sapeva. Solo Teresa aveva capito. Credo sia il gesto di amicizia più bello che io abbia mai ricevuto nella vita. Anche se dopo abbiamo continuato ad essere nemiche.
Tutto questo per dire che è un attimo tutto quello che serve per conoscere una persona più degli altri. Se in quell’attimo sei capace di vedere quel qualcosa che dice più dell’insieme. (chissà che Teresa non abbia colto la carezza che facevo al diario ogni giorno?) Comunque io quel pomeriggio riuscii a conoscere Lisa. Lisa che per due venerdì mi guardò negli occhi e sorrise, Lisa che dalle cuffie usciva un rumore pesante, di musica urlata, Lisa con la borsa bianca e nera e la sciarpa sempre colorata, Lisa con l’orecchino della pace a destra, e quello dell’anarchia a sinistra, Lisa con gli orecchini messi al contrario. Facile intendere che era per questo che le sue orecchie mi affascinavano, tra le cuffie e quegli orecchini rivolti verso il collo. Credevo che il suo segreto fosse lì, credevo che lei fosse nelle sue orecchie, che il suo specchio fosse lì, che il suo verbo fosse “ascoltare”. E questo mi ha distratta. Per due volte mi sono persa a cercare di capire che orecchini avesse e che musica uscisse dalle cuffiette, che alla fine quando mi passava accanto riuscivo appena a notare che lei mi stava guardando e sorrideva. Che poi solo dopo ho capito che gli orecchini li avrei visti quando era già passata, guardandola di schiena. Che poi secondo me lei camminava proprio guardandomi, ed io stupida non lo capivo, anzi , mi imbarazzavo ed abbassavo lo sguardo. Io! Ma quello che sto cercando di dire, è che quel pomeriggio , quello di pioggia che passavo nascosta nel cappuccio a testa bassa, non la vidi arrivare. Ero sovrappensiero quando notai un paio di scarponi neri e viola camminare come se la pioggia fosse la cosa più bella che avessero mai visto o sentito. Un passo felice, ritmico, che cercava le pozzanghere in grado di suonare la musica che avevano dentro. Sembrava che la sentissero nel cadere della pioggia, nel rumore dei passi frenetici che cercavano il loro treno, il loro amore, la loro direzione, nel giro di ruote bagnate sull’asfalto, quelle degli autobus, quelle dei taxi, quelle delle valigie. Insomma sembrava che tutti, la strada, le persone, le automobili, le ruote, le pozzanghere, fossero strumenti degli innumerevoli musicisti che erano le gocce, che ubbidissero alle precise direttive del maestro pioggia, che fosse il concerto di un’orchestra che io non riuscivo a capire. Ed era come se quei piedi fossero in grado di coglierne il senso, di ascoltare il suono diverso che la pioggia fa cadendo su quello che trova al di sotto, di sentire la canzone che stava cantando proprio sulle nostre teste. Per un attimo ho avuto la sensazione di essere una bambina all’opera, quando sai che stai assistendo a qualcosa di importante, ma non lo riesci proprio a seguire, non distingui le parole, quando guardi la signora alla poltroncina accanto, emozionata, e avresti tanta voglia di chiederle : <Mi scusi, mi presta le sue orecchie? Perché ho l’impressione che le mie non funzionino!> Solo quando quei piedi mi furono a un passo capii che era Lisa, capii perché mi indugiarono accanto come per salutarmi, e sentii che sopra il mio cappuccio qualcuno cantava ad alta voce, ma ero troppo concentrata sui piedi per sentire cosa. Quando mi voltai alzando la testa , la riconobbi e capii che era una mia amica. Certo lei mi aveva riconosciuta per prima, ma cosa importa?! Alla fine tra noi ci si riconosce , e allora mi sembrò di vederlo il diario chiuso dentro quella borsa bianca e nera. Insomma quei piedi mi hanno insegnato ad ascoltare uno scenario e a vedere una musica.
E poi ho continuato a guardarli, i piedi e i passi della gente, io, che ho confidato tutte le mie domande al cielo ( e il cielo non mi ha mai risposto), io che mi sentivo figlia di quell’immenso, che ho affidato ai suoi cambiamenti i miei umori, io che cerco sempre la stessa stella che ormai saprei indicarvene la posizione anche sotto un temporale, io, che avevo pennelli nuovi per la mia opera sotto i piedi e non me ne accorgevo. E ho visto i tacchi chilometrici di Gilda, gran donna, mio padre direbbe coi “contro cazzi” ma non so se è opportuno in questa sede. Gilda gestisce l’organizzazione del padre, che l’ha intestata al fratello, che però è solo interessato a sperperare, ma Gilda non ne ha mai fatto una colpa, a suo padre intendo. Comunque non sono tacchi aggressivi quando mi passano accanto, cioè non ancora si è tolta la camminata da donna manager, forse perché è ancora a telefono per una certa trattativa. Quando mi passano accanto sono tacchi disperati, vorrebbero trovare un punto di rottura, qualcosa che giustifichi che la sua giornata si fermi, qualcosa che la metta di forza in un letto. Ma è il compleanno della figlia, e allora si mette a correre , mi è sembrato di sentirli fino al binario 9, quello dell’alta velocità. E poi non li ho sentiti salire. Alla fine l’ha perso, o l’ha voluto perdere. E poi li ho sentiti tornare, lenti e disfatti, dolci e sicuri, salgono sul primo taxi. Prima di girare in via Moro, il finestrino si è aperto e mentre un po’ di pioggia entrava spinta dal vento, Gilda ha lasciato cadere il cellulare. Poi il taxi ha girato. Nel frattempo alla fermata del 360 c’erano le Nike di Luca. Sono salite sull’ “ultima possibilità”, era chiaro come il giorno, anche se sembra assurdo da dire sotto questo temporale. Sta andando a fare l’esame, per la terza volta. <e se torni senza, vieni a lavorare in negozio!> <Ma papà..> <Niente ma! E’ la tua ultima possibilità Luca!> Nello stesso istante passa Franci, ma niente rumore di scarpe, lei ha la bici. E quelle ruote giravano come se dovessero mettere in moto il mondo, allora ho capito che ce l’aveva fatta, che aveva ottenuto il suo trasferimento, e con immenso piacere ho ascoltato quelle ruote fino al binario 6, intercity diretto a Siena. Ciao Franci. Proprio in quell’attimo, dentro la stazione, però prima dei binari, c’era Alice. La sento perché c’ha un passo inconfondibile. Siamo amiche da due anni ormai, ed è quell’andamento che me l’ha fatta conoscere. Quando ti passa accanto senti solo un piede, che poi sembra senza scarpa. Cioè ne avevo sentiti di passi che sembrano senza scarpe, passi scalzi, e ho visto anche passi che non si sentono affatto,passi per aria, ma come Alice nessuno. Ci ho messo un po’ per capirlo: lei mette solo una cuffia, e chiude la borsa fino a metà, la sua sciarpa pende un lato avanti e l’altro sulla schiena. E se due più due fa quattro Alice cammina con un piede in aria e l’altro a terra. E’ diversa dai sognatori, quelli insanabili, quelli che non li senti perché sembra che volino tanto il loro passo è leggero. Lei ha solo un piede sognatore. L’altro la tiene a terra, ma non è una catena, non è una costrizione, l’altro piede ama la terra e infatti il suo è un passo scalzo, libero, naturale. Il giorno che l’ho capito mi stava passando accanto, mi si era finita la penna, e lei accorgendosene ne ha cacciata fuori una dalla borsa e me l’ha data. <e a te non serve?> <ma io ne ho tante..> <e perché ne hai tante?> <sono tutte a metà!> E’ lì che tutto mi è stato chiaro! Comunque in quell’attimo era anche lei nella stazione, dal lato della biglietteria. Era nervosa, il suo treno sarebbe partito dopo dieci minuti al binario 10. E’strano che Alice sia ancora lì, lei è sempre in anticipo: viene in tempo per salutarmi, fare il biglietto, prendere il caffè, e quando il suo treno arriva da Venezia, lei è già al binario. Le piace arrivare prima per vedere le persone scendere indovinare chi torna a casa e chi arriva per vacanza, individuare, tra loro, chi era seduto al posto che avrebbe occupato lei tra pochi istanti. Ma il treno sarebbe partito tra dieci minuti, e Alice era ancora dall’altro lato della stazione. Distinguevo i suoi passi proprio vicino a quel grande cartellone pubblicitario girevole della nokia. So solo che a un certo punto ho sentito dei passi nuovi che camminavano frettolosamente verso quel cartellone. Erano passi maschili senza dubbio, un cantante, anzi no un naufrago, o forse un cercatore. Credo che stesse cercando proprio lei. E credo che fosse per quello che lei quel venerdì avesse rinunciato ad osservare la gente del treno. Comunque mentre lui era a destra del cartellone, lei era a sinistra, e ci hanno girato intorno senza incontrarsi. Lo so che è una cosa ridicola ma è andata proprio così. Poi la voce ha detto che il treno 9641 era in partenza dal binario 10, e , per la prima volta, ho sentito Alice correre. Solo che l’ha fatto con entrambi i piedi a terra. In realtà anche il cercatore aveva un biglietto per quel treno, ma non ce l’ha fatta a prenderlo. Uscendo è venuto dritto da me, ed io gli ho dato il suo verso : <Ora un raggio di sole si è fermato proprio sopra il TUO biglietto scaduto.> Chissà se ha capito quello che ho cercato di dirgli. Comunque se n’è andato con una specie di sorriso.
E’ proprio in quel momento che Michele mi ha detto: <E’ della cantina!> <Cosa?> <Il vino.> Lo guardai incredula <La bottiglia è del Brunello, ma il vino è quello della cantina. Serve a ricordarmi che ci sono vini migliori, da qualche parte, che mi aspettano.>
In quel momento sono scesa. Per guardarlo dritto negli occhi, perché rimettersi dritti è l’unico modo che conosco per farlo.
Perché? Ma perché io sono Viola, l’artista, quella che sta a testa in giù all’entrata della stazione termini, e se mi dai un soldino ti regalo un verso.
Morgana SafaràL’appesa. Dondola il tempo Equilibrato, ma lento Nemmeno poi forte. Le mani legate, ma l’anima, liberata, vince la realtà materiale. L’appesa ha vinto perdendo. Impiccata a testa in giù Ha visto un’essenza leggibile Solo nel capovolgimento intellegibile: invertire l’ordine delle cose rompere categorie e schemi mentali liberarsi. Quando la zingara svelò l’arcano, sorrideva e non ti guardava.
Sbatte la porta, lancia le chiavi sul divano, poi scarpe che volano, calzini, pantaloni, giacca, camicia … corsa verso il bagno dritto nella doccia. Francesco non era entrato nemmeno da trenta secondi che l’acqua della doccia stava già facendo il suo sporco dovere. Lavare via la giornata, lasciar scivolare il sudore delle ansie, liberare dalle pulci succhiasangue che questo giorno strano gli ha scaricato addosso. Francesco poi è così, non è che non accetta di pensare, è che conosce la differenza tra pensiero e fantasia. E lui ama davvero fantasticare a vuoto, libero negli spazi dell’inventiva e dell’impossibile, riorganizzare la realtà come fosse altro che un gioco,mischiare il presente col passato, colorare i ricordi con la fantasia e.. ah no, il futuro no, quello è convinto di costruirlo con le parole. In verità è pensare a cose concrete, possibili e verificabili che lo fa sentire in gabbia, anzi peggio, bloccato in un ascensore senza campanello. Ha già il sapone tra le mani quando si accorge di aver dimenticato la radio, indispensabile per una doccia “lava giornata”. Bagnato e nudo mette un piede fuori dalla doccia – il vantaggio di vivere da solo, pensa- e scivola. Accusa il colpo e si rialza, come un vero uomo, intanto non smette di massaggiare le parti contuse mentre lascia una scia di schiuma tra il corridoio e la stanza. Gli sembra di vederla, sua madre, che gira il sugo dalla cucina, guarda la fiction sul 3, corregge i compiti a Elisa, attacca la lavatrice e telefona a zia Sara. Gli sembra di vederla, che si gira proprio mentre lui cammina furtivo e bagnato per andare a prendere lo stereo in camera (non ci è mai riuscito a lavare la giornata senza musica). Gli sembra di sentirla :FRANCEEEEEEEEEEE, e poi gli sembra di sentirla la botta che prendeva : cucchiai, forchette, libri, bottiglie … <la prima cosa che le capitava tra le mani me la tirava addosso>. Poi quando usciva dalla doccia il corridoio era asciutto e pulito, la tavola pronta, i vestiti stesi, in tv si era sul telegiornale come voleva papà , Elisa era già in pigiama e lo zaino era chiuso e pronto vicino alla porta, e zia Sara (a casa sua fortunatamente) leggeva felice un libro pesante con la mente leggera e liberata dalla sua telefonata serale. Il dolore alla chiappa destra lo riporta al silenzio di questa casa e gli ricorda che il corridoio dopo dovrà pulirlo lui, come un vero uomo in carriera e single. Guarda i cd, ma sceglie per la radio , 102.5 e torna sotto il getto gelido della sua amata. <Una doccia fredda a sera è meglio di una moglie a letto.> Diceva sempre all’amico Lucio, < Non devi convincerla con parole che non pensi, e dopo averti soddisfatto non ti dice che ha speso 1000 euro in cosmetici stamane> Intanto però alla radio passano Masini e il suo Vaffanculo, Francesco vorrebbe bestemmiare, invece sciacqua velocemente ed esce. Cerca tra i suoi cd, sceglie il suo preferito, come sempre. Ama questo genere di abitudini, anche e soprattutto per i giorni in cui le rompe, ma le ama. Ama sapere esattamente quale sarà la prima nota, ama sapere che alla seconda canzone starà steso sul letto ancora con l’accappatoio, e ama sapere che al minuto 3, sull’assolo per intenderci, accenderà una Chesterfield Blu. Ama sapere che la spegnerà sulla parola “cry”. E poi alla traccia numero 5 ballerà come un imbecille nel corridoio, lavando le sue tracce. Quando partirà la settima sarà già in mutande con un panino tra le mani, avrà già piegato i pantaloni e riordinato le carte. Sulla 10 scriverà il suo haiku serale. Sull’ultima nota spegnerà la luce. Lui non puo’ saperlo, ma dopo 5 minuti esatti inizia a russare. Si, infondo ama la sua casa e la sua solitudine, ci sono spazi senza i quali ti dimenticheresti di amarti, e questo non potrebbe sopportarlo. Non è che è narciso, e nemmeno egoista, o probabilmente è tutti e due. Si, ma a volte ci pensa, cioè insomma ad averla per casa. Lei, o una donna qualunque. Pensa che al posto del suo cd suonerebbe benissimo il rumore di piatti in cucina, magari con lei che canta una di quelle canzoni stupide che tu non avresti mai pensato di sentire in casa tua (a meno che non le passi la radio approfittando che sei sotto la doccia e sei già caduto una volta). Pensa che al posto della sigaretta tra le mani, potrebbe avere sua figlia tra le braccia, Alice si sarebbe chiamata, ci ha già scritto due o tre canzoni. E niente haiku ma una favola per lei. E niente carte ma il letto pieno dei suoi giochi. E poi lei viene a letto, e dormiamo così, in tre,< nel mio.. nostro letto>. Pensa. Però sono le volte in cui la doccia non ha funzionato. Come questa.
Francesco ancora non lo sa ma non farà in tempo a riordinare le carte sulla settima canzone, la doccia stavolta non ha lavato abbastanza, o forse non è nemmeno colpa sua. Sono i rischi che corre un uomo che non sa di cosa si riempie le tasche, dico io. <Sono le conseguenze delle cazzate che mi fai fare>, dirà lui, ma a me in privato, quando leggerà questo pezzo. Che poi è vero che l’ho convinto io, ma volevo proprio vedere cosa gli avrebbe detto, volevo proprio scoprire quanto fosse brava, Morgana, che dice di saper fare le carte. Ero pronta a scommettere che era una bugia. Come avrebbe potuto leggere una storia che ancora non avevo scritto? Solo che non potevo andarci io, sarebbe stato come confessare prima dell’accusa, poi io non ci credo a queste cose, pillole per illusi. Io. E’ lì che mi è venuta l’illuminazione, insomma Francesco era davvero la persona adatta, il personaggio giusto a cui far fare le carte. Alla fine l’ho vinta, e che nessuno dica che le vinco facili , che voglio vedere chi di voi ha il coraggio di dire che giocare a scacchi con se stessi è cosa da poco! Poi per quanto Francesco voglia essere diffidente deve accettare le idee del suo capo per non rischiare il lavoro. L’ho vestito, camicia rossa fuori dai jeans, capelli arruffati d’artista. Doveva sembrare così, uno un po’ fuori dagli schemi, uno che ha avuto una giornata pesante e non vede l’ora di tornare a casa, ma decide di fare questo gioco così come si decide di leggere l’oroscopo su un quotidiano, perché c’è.
Sono le 19, Francesco è appena uscito dall’ufficio. Non è arrabbiato, neanche deluso se è per questo. Guarda ancora quella foto, chiedendosi perché non ne aveva fatte altre. Che poi lo sa benissimo anche lui che è inutile riscrivere tutto alla fine, valutare e pesare il proprio percorso autostradale, perché tanto non puoi fare inversione. Si appoggia alla prima panchina per rileggere quelle pagine con più attenzione, come se potesse trovarci delle istruzioni sulla prossima mossa, come se potesse esserci ancora il suo nome sotto le cancellature, come se avesse mai avuto una penna, lui, come se finora avesse sempre avuto un copione. Non sa se è il mondo che gli cambia intorno o se sono le sue viscere che si ribellano e gli stanno cambiando un po’ di connotati : “ dunque vediamo le gambe sulla testa perché i piedi a noi piacciono per aria, la testa, non ci interessa ingoiala, il cuore… eh! Il cuore? Il cuore negli occhi, nella testa che hai ingoiato cazzo! E mo’?” Pensa alle cose che non ha mai fatto e a quelle che non si aspetta di fare mai. Vuole rompere un’abitudine adesso. Perché le abitudini esistono per questo, per romperle, e ricordarti che non sei sordo, che senti ancora. Francesco è astemio, ma adesso vorrebbe un amaro. Solo che alzando lo sguardo non vede un bar (sarà il cuore negli occhi). C’è un’insegna rossa : “Morgana Safarà “ e sotto l’immagine di quattro assi rossi. Lascia tutto sulla panchina e si avvicina, come incantato da una sirena. Entra. Guarda la vetrina dall’interno e stranamente il nome non appare al contrario: anche dall’interno si legge Morgana Safarà solo che i quattro assi sono neri. < E’ incredibile vero?> (E’ lei) Francesco si gira di scatto. < come a volte, pur cambiando prospettiva, le cose si leggano allo stesso, identico modo.> <Ma gli assi?> < Ma non sono mica le tue carte? Quelle sono le mie. La tua la devi ancora pescare> Francesco si avvicina al tavolo, e prende una carta, ma non la volta nemmeno... <Anzi c’ho ripensato, scusa ma io non credo a queste cose! > Rimette la carta nel mazzo e torna alla sua panchina.
Sono le 23, Francesco ha appena finito di pulire il corridoio mentre suona l’ultima nota della quinta traccia. Prende i pantaloni e li piega come era solita fare la mamma, a testa in giù. Il solito volo delle monetine, il cellulare da una parte, la batteria dall’altra, e una carta. E una carta? Riconosce subito il mazzo da cui proviene. Non è difficile capire che è la carta che non ha avuto il coraggio di guardare. <che quando c’hai il cuore negli occhi alla fine ci devi fare i conti con le carte che peschi> cerco di dirgli io, ma non mi sente. Resta lì, non so dirvi se è stata una frazione di secondo o un secolo, ma c’è un fermo immagine della sua mano sulla carta, come se fosse sul fuoco. Capisce che la sua vita fino ad ora è stato questo gesto : una mano poco lontana dal fuoco, per paura di bruciare o per bruciare il più lentamente possibile, senza sapere nemmeno perché, senza sapere cos’è che brucia. E non ci crede nemmeno adesso a queste cose, però volta la carta. L’Appeso. Che poi nemmeno lo sa cosa vuol dire, però ride, ride da non sentire il cd che è finito, ride da non accorgersi che passa un’ora, ride da non sentire Marco e Lucia, al piano di sopra che rincasano dal loro anniversario e festeggiano sui mobili del corridoio, lasciando cadere vasi e cornici. Ridendo raccoglie la carta e la appoggia all’angolo dello specchio, domani la riporterà a Safarà, per domani si spera abbia smesso, di ridere, ma ora addormentandosi ride ancora, o ridendo si addormenta.
E poi domani Safarà non è più lì, ma tanto Francesco non ci sarebbe andato, è vero che lui non da peso a queste cose.
Sono io che il giorno dopo l’ho promosso, ho girato la sua carta, e Francesco non era più “l’ appeso”, un’idea che mi solleticava le dita prima di andare a dormire ma che al risveglio non riuscivo a tradurre in parole, non era più un profumo che non riuscivo a definire, la scelta tra pizzetta e ciambella che non sono mai riuscita a fare. Era finalmente pronto, per essere il mio nuovo parto, il mio personaggio, il mio protagonista. Infondo mi aveva convinto, che il suo futuro, che il futuro di quelli come lui- e forse anche come me- andava costruito a parole. Scacco Matto< Sono le 8.30 e un raggio di sole risplende su Roma amici di Radio Scacco Matto, qui come ogni giovedì mattina c’è il vostro Carlo che non rinuncia a farvi compagnia anche se stanotte giù alla Tiburtina se l’è vista proprio brutta ragazzi. No no no non mi dite che voi avete dormito tutta la notte e non vi siete accorti di niente perché quello di stanotte non era un temporale… de più! Sembrava voler lavare le nostre sporche coscienze, era così forte che avrebbe potuto cancellare tutto come quando metti la gommina su Paint e magicamente il nero diventa bianco, era una di quelle sere da non stare assolutamente soli – mentre sapete che ormai questa è la mia condizione dal ’85- una di quelle sere da non dormire, da cantare in pigiama sul letto Perfect day dopo aver visto Trainspotting e poi addormentarsi con a whiter shade of pale di sottofondo e i piedi attorcigliati tutti sotto lo stesso piumone e il braccio di un’amica intorno alla tua pancia. Così per sentirsi protetti e protettivi, per non aver paura e per non farsi trovare impreparati, che se proprio Dio avesse deciso di affogarci tutto devi aver sentito almeno prima una bella canzone, devi aver brindato con la birra con quegli stronzi dei tuoi amici, devi aver provato almeno un’ultima volta con Silvia, anche se la regola dell’amico la conosci a memoria, devi aver mangiato i vermicelli cacio e pepe, e poi.. e poi devi aver fatto una buona cagata. Che nessuno me l’ha mai spiegato se in paradiso avrò bisogno della carta igienica. Comunque ragazzi, non so voi ma io ieri non l’ho passata una notte così, ero sveglissimo in compagnia del dvd di Philadelphia che in questi casi torna utile, e il russo di mio padre nell’altra stanza. E mio padre è nato a isola del liri, non so se mi spiego. Perciò, per festeggiare la “non fine del mondo” che mi avrebbe trovato indecentemente impreparato, anche se non è domenica vi butto Sunday Morning e ce la sentiamo dopo.> Carlo si toglie le cuffie e insieme al caffè butta giù anche 3 malox sotto lo sguardo inferocito di Silvia. <Bhè?> <Hai detto Silvia…> <Ah e bhè?> <Paolo non lo sa che ieri sera siamo venuti tutti da te.> < Ah e bhè?> <E bhè tu hai detto silvia> < Si ma ho anche detto russo, Philadelphia e cagata>
3 2 1 Carlo torna in onda e Silvia dopo averlo fissato 8 secondi in quel modo gelido che era capace di tirar fuori solo di fronte a Carlo esce sbattendo la porta.
< Sono le 8.30 e un raggio di sole risplende su Roma amici di Radio…>
<Scacco Matto!> <Ho vinto di nuovo!> Dall’altra parte di Roma, Enzo è nella sua stanza, con la radio accesa. Enzo guarda malizioso il suo avversario, hanno giocato tutta la notte, una sola partita però. In effetti è stata lunga, contornata di calcoli e appunti matematici che Enzo sfrutterà per la sua tesi in Strategie. Guarda il piatto della vittoria, un ultimo sguardo allo specchio, e finalmente testa sul cuscino ci saranno sogni per le sue verdi occhiaie stamattina. Mentre un raggio di sole filtra tra le ante e la sua immagine resta impressa per un attimo nello specchio a contemplare l’ennesima sconfitta. La gatta Palla si stiracchia e si rotola sul pavimento proprio dove si poggia il raggio di sole illuminando la polvere che vola nella stanza. Enzo non pulisce da secoli, ancora un po’ e Palla imparerà a lavarsi la lettiera da sola. Passeggiando avanti allo specchio- dopo aver cortesemente pregato l’immagine di Enzo di farle spazio- si pulisce la spalla destra con le sue solite lente leccatine, oscilla un po’ il suo codone e pensa che stamattina è più bella del solito, così corre verso il balcone appannato, si fa spazio con la zampetta, salta agilmente sulla panda blu e scappa in via degli ubaldi alla ricerca del suo moroso, Poldo, il terranova del macellaio. Così l’immagine di Enzo è di nuovo sola e sconfitta nello specchio, a guardare la polvere illuminata viaggiare nella stanza, a sentire il russo di Enzo dal letto.
“Quello che non sai delle partite con te stesso è che perdi anche quando vinci.” Finiva sempre cosìFiniva sempre così,come le favole, che se ci pensi sono tristemente scontate, perché lì “vissero” sempre tutti maledettamente felici e contenti! Mai una volta che anche a loro capiti un marito ubriacone, o un figlio drogato, mai una volta che i loro fantasmi e i loro mostri non vengano sconfitti, mai una volta che alla buona principessa capiti un cavaliere fesso e vile, mai una volta che sotto le spoglie della principessa indifesa si nasconda una gran … Finiva sempre così, come se a scrivere fosse un romanziere senza fantasia, che poi, non illuderti, il destino è davvero un romanziere senza fantasia! E non lo biasimo nemmeno! Cioè voi che ci credete, si, per carità voi certo che vi biasimo! Ma lui no, insomma miliardi di destini da scrivere e da incrociare,e tutti che si aspettano il miracolo, la sorpresa, lo spettacolo, uno show. Poveri piccoli esserini striscianti che aspettano che qualcuno li metta sul treno, che pregano di essere il burattino di un re, o almeno di un abile Mangiafuoco. Eh già ragazzi, perché se il tuo mangiafuoco non è abile niente balocchi e can can la sera! Ma pover’uomo deve essere questo destino: passati due millenni a cercare di esaudire sempre gli stessi desideri ricchezza, successo, amore . E tutti che credono di sognare una vita originale! Finisce che muore per la noia Mr Fate! E quando chi scrive invecchia, quando il burattinaio si stanca, quando chi tesse ha le dita consunte e la vista ubriaca, inizia a divertirsi alle tue spalle,gioca con la tua vita , stringendoti la mano in un bar di periferia e tu lo ignori credendolo un vecchio ubriacone. E non sai che i tuoi genitori (che sono solo genitori che non hanno una storia d’amore romanza ma vivono per i figli … insomma normali!) si erano scambiati il loro primo bacio dai passeggini in un centro commerciale, mentre le loro mamme distratte erano alle casse a pagare la stessa maglia con scollo a v color salmone e vi avevano parcheggiati proprio vicini, dietro di loro. E non sai, mentre prendi il treno delle 8.05 ogni mattina, che quel signore che si era seduto accanto a te ieri, quello con l’i-phone rosa, era davvero strano. Era un editore. Se solo fossi stato più socievole l’avresti scoperto, avevi i tuoi racconti con te, potevi darglieli. Poteva cambiare la tua vita o forse no, ma ti avrebbe messo di buon umore, avresti capito che le cose belle possono davvero succedere così, sul treno delle 8.05. E non sai che tutte le volte che parcheggi la tua seat disinvoltamente c’è qualcuno che passa e riconosce la targa e palpita e cerca il tuo sguardo per salutarti , ma tu disinvoltamente vedi solo un volto conosciuto senza un nome e vai. Lui è così, è un vecchiaccio furbo che si diverte a farci passare le migliori occasioni sotto il naso, senza regalarci nemmeno un profumo.
Erano passati 7 anni, o forse meno, quando è successo. Il solito appuntamento, il solito caffè, la solita chiacchierata banale. <Che mi racconti?> <Allora che esame stai preparando?> <Ma lo sai dove vado in vacanza quest’ anno?> <Hai più visto Luca?> <Allora che libro puoi prestarmi stavolta?>
L’unica variabile era se avessimo litigato oggi, o la prossima volta, tra un mese o due. I nostri caffè avevano intervalli sempre lunghi, il che rallentava di molto il veloce avanzare delle nostre vite. Ma noi non ce ne accorgevamo, era come se avessimo una quotidianità diversa dal resto del mondo, scandita dai nostri appuntamenti, dai nostri caffè, da qualche sms e qualche trillo in internet. Era così! Se in 5 mesi ci incontravamo 2 volte, nel nostro mondo erano passati due giorni: ieri e oggi, il primo appuntamento e il secondo. Tutto il resto era vita normale, vita da non raccontare, da non raccontarsi. Università, libri, viaggi, casa, furiose litigate a casa, sabati sera tra Peroni e Chesterfield Blu, qualche incontro fugace di cui non hai nemmeno il numero di cellulare. E così ad ogni incontro diminuivano i nostri argomenti, i pezzetti di vita da scambiarsi, le filosofie da condividere, la sabbia per costruire i castelli, le foto da attaccare in stanza, i dettagli di futuri immaginari.
<Che mi racconti?> <Niente , il solito.> Arriva il punto che devi scegliere tra il parlare dei ricordi - sempre gli stessi, come se in questi altri anni non ne avessimo costruiti altri - oppure litigare su chi avesse scelto la strada migliore. Litigare era fantastico, era la decisione migliore, ed in effetti quella che prendevamo più spesso. La vita dentro sembrava risorgere con l’aggressività di un felino che si batte per il monopolio delle femmine del branco. Era l’unico modo per ritrovarci, per ritrovare l’onda su cui avevamo cavalcato tempeste e pacifiche monachelle. Litigare era come svestirci di tutto ciò che gli anni continuavano a metterci addosso e giocare così, come facevamo ai primi tempi, con l’anima nuda e le mani graffianti. E poi era buffo, trovarsi a difendere così strenuamente una scelta di cui non eravamo nemmeno sicuri. Eppure tutte le volte che ti ho amato è successo lì, in quella rabbia, mentre parlavi dei tuoi numeri, quelli che non cambiano, dei libri di 50 anni fa migliori di quelli di adesso, di noi che non valiamo una cicca di quelli di 50 anni fa. In quei momenti avrei voluto essere un numero, o uno di quei libri polverosi che tanto ti affascinano, con le loro equazioni ingiallite. Avrei voluto essere un’equazione di quelle che non capisci subito, che ci passi sopra gli occhi mille volte, che ci passi le dita. Di quelle che ti impegni a capire, che ci pensi la notte, che ci giochi le ore a cercarne la soluzione. Di quelle che quando poi le risolvi un po’ ti mancano, che lasciano il vuoto nei pomeriggi, nella mente, nelle dita e negli occhi. Finivano sempre così , i nostri litigi, con te che tiravi un respiro ed io che ti mettevo un po’ il muso, per non dirti quanto avevi ragione. Alla fine era divertente così. Fare altrimenti sarebbe stato tremendamente banale. <Che mi racconti?> <Niente! Ti sembro una che ha la faccia della vita avventurosa? La mia vita è più banale di quella di mio nonno che lavora i campi, che qualche volta pure trova una merla a covare, e vede un serpente mangiarle le uova. E invece io no, non incontro merle né tantomeno serpenti. Non ho più la forza di difendere quegli stronzi di sogni che ci siamo messi in testa a 15 anni, quando eravamo belli e intelligenti e presuntuosi, talmente tanto da pensare che il mondo ci avesse riservato due posti fantastici. E non ho nemmeno il coraggio di farne di nuovi. Non c’è nessuna rivoluzione da fare, non c’è nessuno che mi abbia fatto qualcosa di male quindi non so nemmeno con chi prendermela ok? Quindi se adesso non mi dai la nostra litigata del mese ti do’ un cazzotto va bene?> Si, tremendamente banale. E allora l’unica variabile della nostra storia restava questa.
La domanda è: quando? E voi testoni che avevate scommesso sul “perché?” bè mettetevi l’anima in pace. Quando succede che qualcosa che era diverso e speciale smette di esserlo e diventa un appuntamento quasi dovuto, come il giorno dei morti alla tomba dei nonni? Quando si è rotta la congiunzione che faceva di noi due extraterresti , col nostro mondo, col nostro tempo? Quando le nostre quotidianità si sono divise? Impossibile! Siamo stati bene insieme altre mille volte dopo. Quando ci sono crollati addosso impegni veri a riempire gli spazi tra i nostri caffè, per cui non abbiamo più trovato gli spazi per i caffè, o almeno, non per “i nostri caffè”? Quando abbiamo messo di svestirci di ciò che gli anni continuavano a metterci addosso?
Quanto? 7 anni dopo!
7 anni dopo siamo qui, seduti al solito posto, senza il solito caffè e senza il solito appuntamento. Era successo qualcosa, ma in questa sede non ci è dato sapere né cosa, né quando. <Allora ? Che mi racconti?> Detto occhi negli occhi, in due sorrisi che finisco in uno, bocca su bocca. E allora via il cappotto di questo natale, via la sciarpa, via le scarpe, via il mio maglione comprato a novembre, via la cinta dei tuoi 20 anni, via i calzini comprati a Berlino, via la tua felpa di una moda passata, via i jeans,via i vestiti degli anni trascorsi.
Ricominciava così, la nostra conoscenza. Ci raccontavamo tutto così. Colmavamo così, tutti quei momenti che non avevamo saputo riempire di noi, tutte quelle occasioni di cui non avevamo saputo riconoscere l’odore. Ci riprendevamo i fili del burattinaio, rubavamo l’inchiostro al destino, gli facevamo la nostra sorpresa.
E così io, romanziere senza fantasia, mi sono trovato a leggervi una storia che non ho scritto io, di cui sono parte e coautore. Una storia in cui è successo qualcosa, ma non so cosa né quando. Insomma una storia in cui sono io quello che è stato fregato. Cose che non hoAlice sta camminando, barcollando quasi, verso il tavolino nero. Sorride, sembra ubriaca, eppure tutti la guardano stupefatti ma felici, come se avesse scelto il momento migliore per farlo. E’ disorientata, sta per piangere, cerca suo padre.
Marco ,34 anni, direttore del dipartimento “Scienza e Sviluppo” della Facoltà di Matematica di Napoli. Ogni volta che entra nel suo studio si chiede come ha fatto, e sa che un po’ lo deve a lei, Alice. Marco sapeva che l’avrebbe sposata da … 20 anni, cavolo, la prima volta che l’ha baciata erano appena venti anni fa. Certo, allora era tutto diverso. Per quel che ricorda, lui era un gran figo coi lineamenti da hollywoodiano e il savoir fair da duca francese. Lei era una ragazzotta carina senza niente di speciale, se non fosse per quel carattere stratosferico che le permetteva di oscurare anche le gambe più lunghe (e stupide) di quel maledetto liceo. Un raggio di sole entra dalle persiane orientabili e va ad illuminare proprio la foto di Alice, Marco inspira profondamente, tanto non ci ha mai creduto a queste cose: <destino, coincidenze,congiunzioni astrali, è solo un raggio di sole che si posa nel posto giusto al momento giusto.> Poi però pensa che oggi la andrà a trovare. Poggia le mani dietro la testa, pronto al suo stiracchio mattutino che la poltrona con schienale ergonomico asseconda con dolcezza, ma appena a metà entra la stagista, Rita. Rita, 25 anni, stagista al dipartimento “Scienza e Sviluppo” della Facoltà di Matematica di Napoli. Laureata a Fisciano, con 110 e lode , tesi in “Modelli matematici per il tagging collaborativo e la diffusione di opinioni nei network sociali”. Ogni volta che guarda il direttore, si chiede perché la Preside Marchese le abbia tanto elogiato questo energumeno sempre assonnato e con un’ironia insopportabile. <Oh, Rita, prego entra vuoi un’equazione sul tuo vestito di oggi, ops scusa, un’opinione…ahaha> <grrr> fa Rita socchiudendo gli occhi di rabbia e inarcando un ghigno a metà tra un assassino di fronte ad una vittima indifesa e uno psichiatra di fronte a un paziente senza speranza di guarigione. <Ho capito che trova divertenti le mie ricerche per la tesi professore, ma non c’è bisogno di ripetermelo ogni volta che mi vede!> Esce sbattendo la porta, lui ride e aspetta di vederla rientrare. La maniglia si abbassa e <Mi scusi, dimenticavo il motivo per cui sono venuta, e si dirige sicura verso la scrivania.> Il professore a questo punto, che di fantasie ne ha sempre avute, immagina che la stagista gli salti addosso , infondo ha anche il dopobarba giusto. Chiude gli occhi. <Grazie> -Sbam. Riapre gli occhi, Rita non c’è più, guarda il disordine sulla scrivania per cercare di capire cosa le servisse. Cercando si accorge che il raggio di sole è ancora lì, sulla pancia di Alice che ride, senza timore di mostrare il suo apparecchio e gli appoggia la testa al petto. Lui invece ha un’espressione strana, come se gli avessero appena dato una brutta notizia. Eppure ha un bellissimo ricordo di quel giorno in montagna, <c’eravamo tutti, prima che il tempo ladro ci dividesse>. La foto l’ha scattata Nicola, il gigante buono col vocione. Poi c’erano i fantastici 4 : Carlo, Ugo, Luca e Tommaso. E ovviamente le “Alice’s Angels” : Melania, Serena, Antonia e Tiziana. Un pallone rigorosamente super santos, una chitarra, le ciambelle della mamma di Antonia, i cd di Alice, il vino del nonno di Carlo, il fuoco, le salsicce, i panini, da fumare. E si stava lì fino a che il pizzicore del fresco non diventava freddo, e la testa non smetteva di girare, e il buio non era troppo denso da nascondere la stretta strada del ritorno. Si, decisamente ricorda con gioia quel giorno, proprio non sa perché quell’espressione. <… e quindi sembra opportuno spostarlo alle 16.30, giusto dottore?> <Ah’? eh? Cosa è opportuno?> con un po’ di affanno per lo spavento Marco guarda incredulo il suo collega Andrea sulla porta, con una cartellina blu in una mano e un caffè nell’altra, che lo guarda stranito. <Oh Marholino, prenditelo tè sto haffè hè ne hai bisogno !> Quando si concedeva una battuta Andrea non riusciva a rinunciare all’aspirato toscano appreso da nonno Beppe. Marco continuava a guardarlo con la faccia di qualcuno che ha appena assistito ad un miracolo. < Ma, scusa Andrea io sto benissimo e poi non fumo più quindi non voglio nemmeno il caffè, caso mai quel Brunello di tua produzione mi andrebbe bene, ma comunque non ne ho bisogno perché ribadisco che sto benissimo, stavo lavorando , ma tu, dimmi- fa il solito respiro prima della voce tosta da capo incazzato- quando cavolo sei entrato???> <Oh Marco, non ti shaldare sai? Guarda che io ho bussato, ho anche chiesto permesso e giacchè mi guardavi anche ti ho illustrato i cambiamenti nel programma del giorno eh, ma te sei sicuro di stare bene?> <Si, lasciami tutto e vattene, su…> Andrea fa un saluto militare < Aaagli ordini, capo!> Marco gli lancia un pacco di fazzoletti ma coglie la porta chiusa, sente una pernacchia di Andrea da fuori, e ride. Andrea è un collega affidabile e simpatico, se non ci fosse lui in questo dipartimento, di certo Marco si sentirebbe un po’ più solo e un po’ più vecchio. Sta per prendere la cartellina che gli ha lasciato, ma l’occhio cade ancora su quella foto. Sbuffa, perché ancora una volta Alice lo costringe a credere in qualcosa che non è linearizzabile, in qualcosa che non è la logica soluzione di una serie di passaggi corretti tratti da ipotesi plausibili elaborati all’ombra di teoremi antichi e verificati. Ancora una volta Alice s’intromette trai suoi numeri come un fattore costante di possibilità non calcolate e non verificabili in grado di cambiare e stravolgere i risultati di un problema che avevi già risolto da anni. La guarda con sfida, poi si alza e chiude le persiane, troncando il braccio a questo sole che non la smette di massaggiare la pancia della sua ragazza. Ok, una pancia di venti anni fa, ma una pancia bellissima, di cui è ancora un po’ geloso. Mentre indossa il suo cappotto nero e la sciarpa rossa pensa alla strana gelosia che ha sempre provato per quella donna, come se sentisse che non era sua, non completamente. Non che Alice lo tradisse, non l’avrebbe mai fatto e poi era lei quella cotta, e poi era lui quello più preteso dalle ragazzette – alza le spalle inorgoglito- e poi era lui che qualche volta la tradiva. Però c’era quella gelosia come per un essere di un film, di un fumetto, di un altro mondo, che non potrai mai possedere veramente. <La sua testa, le sue idee, la sua musica, la sua allegria, le sue margherite, i suoi capelli, niente di tutto questo mi apparteneva. Il cuore, quello forse si, ma non mi bastava per niente. Era una ragazza che non avrebbe mai fatto crescere i capelli solo perché a me piacevano lunghi o perché lo diceva la moda, non avrebbe mai rinunciato alle cassette rubate dalla vecchia macchina di suo padre, anche se erano datate, impolverate e se ormai tutti avevano un i-pod, non riusciva a non dire la sua su qualsiasi argomento si intavolasse- al pensiero Marco si indispettisce- e pretendeva di aver ragione anche quando aveva torto, e anche sulla matematica e la fisica – gonfia le spalle a dimostrare il ruolo che riveste adesso- ed il bello era che un po’ di dubbi me li faceva venire davvero. E rideva quando se ne accorgeva, la stronzetta.> Mentre esce dall’ufficio pensa a 20 anni tutti insieme e li raccoglie in un secondo di immagini sovrapposte, suoni non identificabili, tranne quell’inconfondibile risata. Si ferma, suona il telefono dell’ufficio, poi il cellulare, Rita lo guarda con rabbia – ma che vuole?- e Andrea gli chiede dove sta andando. Aspetta che la segretaria risponda al telefono, poi preme il tasto verde della risposta al suo cellulare e guardando a intermittenza Rita e Andrea e poggiando il cellulare alla bocca urla : <Sto andando da Alice ,vabbbene????>
Alice sta camminando, barcollando con il suo solito sorriso da ubriaca, verso il tavolino nero. Allunga una mano verso una scatola arancione, è un po’ lontana, perde l’equilibrio e cade con il sedere a terra. Lì dove si trova, c’è suor Virginia che non la perde d’occhio, anche se lavora a maglia sulla sua sedia a dondolo ha l’occhio di un falco. Alice si gira a guardarla, suor Virginia le sorride, infondo sapevano entrambe che non ce l’avrebbe fatta.
Marco entra in macchina sbattendo la portiera, anzi riscende, si leva il giubbino e lo poggia sul sedile posteriore. Mette la cintura, accende e , riscende. Apre la portiera posteriore e cerca nel giubbino gli occhiali da sole, li indossa, si guarda un po’ nel riflesso del finestrino, si piace. Chiude lo sportello posteriore e riprende la sua postazione, questa volta freccia a destra e parte. La radio manda Luther Vandross- that’s what friends are for, Marco la canta un po’ mentre guida senza pensare alla strada , infondo come ha sempre fatto per tornare a casa, col tom tom automatico del cervello che riconoscerebbe il percorso dai profumi, dal rumore delle foglie sotto le ruote, dai colori delle stagioni tra quegli alberi, dalle grida armonizzate dei bambini che giocano a pallone con i nomi degli ultimi cartoni animati che gli offre Italia Uno. Entra nel parcheggio e spegne la macchina. E’ andato sul parcheggio del liceo. Si guarda intorno, pensa che è uno scherzo, guarda in cielo e si aspetta che le nuvole formino la scritta Scherzi A Parte mentre la radio con Luther Vandross canta la musichetta. Invece no, è tutto normale, anzi, forse è tutto fermo, immobile. Guarda le vecchie scritte morte sotto quelle nuove tratte dai romanzi di Moccia, sente un degrado addosso, dentro. C’è una classe che dalla palestra sta tornando in classe, vede due ragazzini con i capelli appiccicati al viso farsi gesti di approvazione in vista del passaggio di un fondoschiena promettente stretto nell’abbraccio di una tuta bianca. La ragazza se n’è accorta, ma continua a camminare con l’amica un po’ racchia, inarcando un sorriso malizioso e forse prendendo ad ondeggiare un po’ per provocare i compagni. Ha la coda di cavallo, con le punte colorate, e l’i-pod in tasca di cui condivide una cuffia con l’amica. Adesso si uniscono ad un altro gruppetto e cantano, tra cannucce di coca cola condivise e buste di patatine, sotto gli occhi allupati dei compagni. <Avevo dimenticato quanto si è sensibili a queste cose a 15 anni, avevo dimenticato quante ne vedessi di queste a 15 anni …> Marco non sa se tutto questo fa parte di un ricordo che non gli appartiene più, o di qualcosa che non ha mai avuto. E’ come se fosse sempre stato il direttore del dipartimento alla facoltà di Matematica. Non ha niente di questo liceo andato a male, niente di quei ragazzini sudati con i capelli appiccicati al viso. Non ha. E non sa se è perché non ricorda. Passa la professoressa, allunga una mano per salutarlo, lui non la riconosce ma ricambia. Non ricorda, forse. Apre il cruscotto, c’è un pacchetto con due Marlboro vecchio di un anno, lo annusa, gli sembra normale, lo mette in tasca. Scende dalla macchina e si avvia verso le scale del liceo, poi non ci riesce, non ha coraggio, o comunque non gli sembra valer la pena. Intanto vede la professoressa di prima salire le scale, le sorride in fretta poi si volta per andarsene- <Marcooo!>- <Ah, ma allora mi conosce…> e corre verso la macchina, lei fa lo stesso. Lui mette in moto ed è quasi fuori dal parcheggio, ma lei bussa al finestrino. Spegne la macchina. Lei non ha fiato, lo scruta, poggiano le mani alle ginocchia e inarcando la schiena ritmicamente. <Scusi signora, mi ha scambiato forse per qualcuno che conosce!> Lei spalanca gli occhi e si intristisce, questa non se l’aspettava. < Ma che fai scappi?> mentre ha quasi ripreso del tutto il ritmo normale del suo respiro. <No, le ripeto signora, io credo che ci sia un malinteso.> Stavolta lei è triste davvero, capisce che non c’è speranza di essere riconosciuta. <Ah, mi scusi, credevo fosse il padre di Morgante.> Dice Serena delusa, saluta e torna verso la sua classe. Marco non si ricorda di lei. Eppure Serena non ha un marito per questo. Apre il portafoglio e prende la foto del pomeriggio in montagna, quella con Alice che ha la testa addosso a Marco, e lei che arriva di corsa dagli alberi che sono dietro, cadendo addosso alla coppietta. <oh nooo , ci hai rovinato la fotografia, scema!> risente la voce dolce di Alice. <ok Nicola, dammi la macchinetta che ora per farmi perdonare la faccio io una foto ricordo ai piccioncini> Marco non era molto felice, mi guardava esterrefatto, ma io scattai. <Alice ed io eravamo amiche dalle culle, eravamo figlie di due migliori amiche,che ci hanno cresciute come sorelle. Io ero la sorella buona. Se non fosse per quel bacio a Marco, dietro l’abete quel pomeriggio, un attimo prima che Alice lo chiamasse per la foto e che io arrivassi correndo dalla stessa parte a rovinargliela. Quando arrivai correndo dallo stesso lato da cui era arrivato Marco, un attimo prima che Nicola scattasse la foto del disastro, lei si girò furiosa verso di lui. Forse aveva capito. Ma che dico? Dopo, quando IO ho scattato la foto del perdono, aveva un sorriso d’argento calmissimo e felice. E poi con me è sempre stata dolcissima, non ha mai chiesto nulla. Certo, ci è rimasta male quando non sono andata al matrimonio, ma perché mi voleva bene e voleva tutto il gruppo –com’è che dicevamo- ah, si, le “Alice’ Angels”. Eravamo talmente in simbiosi, che quando mi disse che le piaceva Marco, non ebbi il coraggio di dirle che piaceva anche a me, e mi convinsi che era cosa da niente, che sarebbe passata. E infatti io stavo con Carlo. Ma quel giorno lì, oh diavoli, perché pensarci. Non ne abbiamo mai più parlato, anzi, non ci siamo mai più parlati. Forse è per questo che non mi ha nemmeno riconosciuta.>
Marco ormai ha smesso di cercare un senso a questa giornata, come ha imparato a prendersi una pausa dai problemi per cui al momento NON HA soluzione,ma stavolta è ben attento alla strada da fare. Si ferma prima dal fioraio <20 margherite, per favore.>, una per ogni anno,si. Le poggia sul sedile posteriore, poi gira verso il convento. <Sono venuto per Alice.> <Di già? Ha fatto prima oggi professore.> < Si.> e s’incammina verso la stanza di Suor Virginia, ormai conosce la strada. Alice sta camminando, barcollando quasi, intorno al tavolino nero. Suor Virginia fa il segno del silenzio a Marco e a Suor Martina che lo accompagna. Alice non si è accorta del loro arrivo e sorride, ha sempre quel movimento lento da ubriaco eppure tutti la guardano col fiato sospeso, felici e fiduciosi, come se avesse scelto il momento migliore per farlo. E’ disorientata, sta per piangere, cerca suo padre. Suor Virginia sa che stavolta non cadrà, che la piccola sta muovendo davvero i suoi primi passi. <Alice> la chiama Marco. Quando sente la voce del papà si volta di scatto, e ride felice, anche se le scendono le lacrime perché aveva avuto paura di cadere di nuovo, vicino a quel tavolino. Stavolta prende l’equilibrio giusto tra pannolone, ginocchia piegate e piedini ben saldi. Marco si accascia un po’ e allarga le braccia per incoraggiarla. Un passo, due passi, tre, fatto! Alice ora è tra le braccia di Marco che la fa volare felice, mentre suor Virginia e suor Martina applaudono. Una volta in macchina, Marco spiega il motivo di quelle margherite ad Alice, che lo guarda dal seggiolino e gorgheggia entusiasta.
Arrivati, Marco adagia le Margherite in un vaso, facendo in modo che non coprissero la bella foto della “sua” Alice. Aiuta la piccola a fare il segno della croce e a dare un bacio al viso stampato della mamma morta dandola alla luce.
Marco ,34 anni, direttore del dipartimento “scienza e Sviluppo” della Facoltà di Matematica di Napoli. Ogni volta che entra nel suo studio si chiede come ha fatto, e sa che un po’ lo deve a lei, Alice. Anzi, a loro, Alice e Alice. Si, probabilmente Rita ha ragione, Marco non ha proprio le sembianze da direttore del dipartimento, ma imparerà a fidarsi dei consigli della Marchese, quando capirà che Marco ha le qualità. Ha la memoria emozionale Marco, ricorda solo quello che vuole ricordare, ed il ricordo che non ha è quello che non gli insegna, che non gli mette la pelle d’oca, il ricordo che non ha “è quello che non gli manca”. Marco ogni tanto ha paura del passato, ha la sensazione gli faccia brutti scherzi ed avrebbe voglia di ripassare a controllare, ma nelle leggi matematiche non ha trovato ancora la formula giusta. Marco ogni tanto ha ancora paura del futuro, perché non ha lei, perché ha la piccola, perché ha imparato che con la matematica non puoi tenere sotto stretto controllo le funzioni vitali. Marco è direttore per una serie di ragioni, ma sa che la forza che ha messo nei sogni che ha la deve un po’ a quella sensazione di mancata appartenenza che gli ha donato quella Alice che avrebbe dovuto diventare sua moglie dopo il parto, quella sensazione di non appartenenza a tutto quello che il mondo offre,che lo ha sempre spinto a far meglio, ma con umiltà e semplicità, quella sensazione che gli ha insegnato che a volte è meglio non avere tutto, non appartenere a tutto. A quella bambina che gli dorme sulla pancia mentre cerca di vedere la partita, che gli sorride sempre, <nonostante la mia goffaggine> pensa Marco . <Alla figlia che ho,alle cose che non mi fa mancare, ai vuoti che è in grado di riempire.> |
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